Organizzazione di Volontariato
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Buongiorno,

in questi giorni molti sono gli articoli ed i commenti ai recenti gravissimi avvenimenti riguardo a strutture che si occupano di persone fragili (per es. struttura Aias di Decimomannu, cittadina a pochi passi da Cagliari: Malati psichiatrici picchiati tutti i giorni. I carabinieri: “Era un lager per quei trenta ospiti”).

Personalmente sono molto stupita dello stupore: la cronaca da sempre riporta, con una certa cadenza, avvenimenti di questo tipo, più o meno eccessivi e/o gravi.

Davvero non esiste consapevolezza (personale e/o sociale) sulla modalità che la nostra società adotta non raramente nei confronti delle persone fragili, siano esse anziani, persone con disabilità o psicosi e chiunque si trovi in una situazione di debolezza?

Davvero non si riconoscono i tratti che partono da modalità apparentemente lievi passando da tutta una serie di approcci che privano sempre più l’altro della propria dignità e della sua possibilità di essere (di autodeterminarsi e di scegliere per se stesso), sino ad arrivare ai recenti fatti di cronaca che non fanno che riportare situazioni che ci sono sempre state e che continuano ad esserci?

Davvero si continua a credere che la vita e la relazione con persone più fragili passi attraverso i “ghetti” (ovvero strutture in cui vengono inserite solo persone con certe caratteristiche: siano essi persone con disabilità, psicosi, anziani, ecc.) che possono diventare anche “lager”, come ben scritto nell’articolo della Stampa riguardo alla struttura di Decimomannu? Strutture che normalmente di fatto vedono al loro interno solo persone fragili e persone che le “accudiscono” e nelle quali spesso e volentieri i parenti, se esistono ancora, od altre persone hanno un accesso limitato e assai poco diritto di parola, ovvero quindi strutture per lo più autoreferenziali e chiuse, poco aperte e disponibili al dialogo ed alla relazione con l’esterno?

Con i recenti fatti di cronaca si leggono articoli vari sull’argomento e se, da una parte, è bene che se ne parli, dall’altra credo sia fondamentale anche il “come”: non si tratta di un argomento facile da trattare, altrimenti da tempo la situazione sarebbe di altro tipo.

Da anni personalmente, come presidente di Abili nell’apprendere e non solo, mi occupo di approfondire cosa accade nella relazione con persone con fragilità e posso assicurare che si tratta di un tema molto complesso. L’aspetto fondamentale riguarda a mio avviso la disponibilità ad accrescere la consapevolezza di se stessi (non bastano competenze teoriche/pratiche o “buonismo”): solo chi è davvero disposto a mettersi in gioco cercando di accogliere il più possibile la propria fragilità (che tutti più o meno abbiamo) è in grado di mettersi in contatto con chi è più fragile senza invaderne troppo il campo (in modo più o meno evidente). Si tratta di un lavoro difficile perché la nostra società (e questi ultimi casi di cronaca di abusi ne sono un valido esempio) è una società con enormi contraddizioni: una società che se da una parte parla di accoglienza della diversità/ fragilità dall’altra cerca in tutti i modi di annullarla/nasconderla e queste contraddizioni sono inevitabilmente anche dentro di noi.

Stare in relazione con persone più fragili non è quindi semplice e scontato, per nulla.

L’errore più grande a mio avviso è credere che la fragilità riguardi solo alcune persone: in realtà ognuno di noi è a suo modo fragile (la fragilità è una caratteristica intrinseca dell’essere umano, e non solo, in ogni momento della sua vita) e tutti i meccanismi che vengono attivati per nasconderla e per negarla non fanno che generare situazioni di malessere. Chi nega/ nasconde la propria fragilità la proietta su chi è più fragile, e non la può nascondere, aggravandone il peso e perdendo il contatto con un’importante parte di se stessi.

Alcuni spunti:

 “Nei volumi autobiografici scritti dalle persone disabili e dai loro familiari ho riscontrato una volontà quasi indomita di dare la parola alla sofferenza, al dolore. Ne emerge, insieme a una maggiore consapevolezza di sé, una scrittura densa di speranza, una convinzione straordinaria di riuscire a farcela, una sorta di autoincoraggiamento”, fa notare Duccio Demetrio, docente di Filosofia dell’educazione all’università di Milano-Bicocca e fondatore della Libera università dell’autobiografia (Lua) di Anghiari (Ar). “I protagonisti disabili scrivono per testimoniare la loro storia e anche per rompere il silenzio sociale sulla loro condizione. Sono mossi da un bisogno di comunicazione e socializzazione”. E dal punto di vista contenutistico l’impianto di questi libri sottende “risvolti dal punto di vista sociale, psicologico ma anche filosofico: ci imbattiamo in una visione del mondo proposta a coloro che non vivono la disabilità. Anche se paure e bisogni affettivi appaiono molto simili”, osserva il professore, convinto che in questa tipologia di scritti sia pregnante “la dimostrazione di una sensibilità profonda che mette in crisi luoghi comuni e false sicurezze. La letteratura personale consente di riconquistare una sapienza che non troviamo nella mentalità dominante…” (“Demetrio: le autobiografie hanno valore terapeutico” articolo di Laura Badaracchi apparso sull’Avvenire del 14-12-2012).

“La fragilità, negli slogan dominanti mondani, è l’immagine della debolezza inutile ed antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; invece nella fragilità si nascondo valori di sensibilità e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile, dell’invisibile che sono nella vita…” (Eugenio Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi, pag.3). Borgna è uno dei maggiori psichiatri italiani viventi.

La fragilità è ricca quindi di un’energia vitale e profonda che la nostra società per lo più, al di là delle tante parole e dichiarazioni, ancora non è in grado davvero di vedere e di accogliere.
Il valore aggiunto che la fragilità sarebbe in grado di apportare alla società non è da poco: la fragilità è ricca di “sapienza che non troviamo nella mentalità dominante” e di “intuizione dell’indicibile, dell’invisibile che sono nella vita”.

Questo fa paura?

Il primo grande passo per andare oltre credo sia quello di accettare che la fragilità non è un tema che riguarda pochi ma che, al contrario, ci accomuna tutti.

Da lì a percepire che i “ghetti” non sono più i luoghi adatti il passo è breve: se tu fossi “più fragile” vorresti esservi rinchiuso?

Per fortuna non pochi sempre più sperimentano e sviluppano altre possibilità (sia adatte ed accoglienti che aperte e variegate): quella è a mio avviso la via, da sviluppare e sostenere.

Se la società sviluppasse sempre più forme adeguate ed umane di accoglienza della fragilità, sicuramente ogni essere umano potrebbe approcciare con più serenità la propria tirando un respiro di sollievo anche per quando ad essere "più fragile" toccherà a lui (non è questa forse la paura che dilaga di più a tal punto da pensare "a me non capiterà mai" quando in realtà, a ben vedere, prima o poi capita praticamente a tutti? e come potrebbe essere diversamente dato che la fragilità viene trattata, il più delle volte, in un certo modo?).

Si starebbe meglio ora e si starebbe meglio dopo: credo valga assolutamente la pena darsi da fare in tanti in tal senso, poi potrebbe essere troppo tardi.


Buona giornata,

Laura Simeoni
Presidente Abili nell'apprendere

PS: fra i tanti articoli pubblicati sull’argomento vi propongo la lettura di questo: Violenze che devono riguardare tutti

 

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